Frammento de "1798- 1849 Nascita di una nazione "

…..” E quella notte, rinfrescati da un acquazzone che si era abbattuto tremendo sulla città di Romolo, Manara e gli ufficiali superstiti si riunirono in una stanza di villa Spada, quartier generale e ultimo baluardo di resistenza.
Il nemico era a pochi passi: attendeva solo le prime luci per sferrare l’attacco definitivo.
Le artiglierie del più potente esercito del mondo avevano ormai abbattuto ogni ostacolo, polverizzato ogni muro e aperto larghe brecce ai bastioni del Gianicolo.
Ovunque si guardasse il paesaggio era spettrale.
Le ville circostanti che ingemmavano il verde colle erano ridotte a cumuli di detriti: fantasmi anneriti, immiseriti, bruciacchiati.
Gli orgogliosi cedri del bel colle di Roma, i pini mediterranei, i tigli giganteschi e i lecci secolari, erano stati ridotti a tronconi privi di arti e di chiome.
Le vigne, i roseti e i frutteti erano stati violentati, scompigliati, arati, distrutti, annientati e cancellati. Molte chiese vicine, San Pietro in Montorio, San Pancrazio e San Leonardo all’Isola tiberina, erano state profanate dalle palle dell’artiglieria. Solo qualche testardo cespuglio era sopravvissuto e celava uno spaventato bocciolo di rosa, povera, umile, patetica sfida all’oltraggio perpetrato contro madre natura.
In quella stanza disadorna si riunirono per l’ultimo rapporto una dozzina di ufficiali. Tra loro c’era l’alfiere Alessandro Pettorini. Quando entrò Luciano Manara tutti si alzarono in piedi.
Il comandante dei bersaglieri lombardi, prima di iniziare la riunione si avvicinò ad Alessandro e gli disse: " Avvalendomi delle mie prerogative ti nomino tenente dei bersaglieri di Lombardia. Benvenuto tra noi Alessandro! Siamo orgogliosi di accoglierti nelle nostre file".
Il giovane rimase in silenzio e il Milanese gli appuntò sulle spalline il distintivo del grado; poi lo abbracciò e iniziò subito il rapporto.
Erano tutti giovanissimi.
Molti di loro ancora imberbi. Le loro divise erano lacere e sporche; i loro visi erano anneriti dalla polvere da sparo. Alcuni erano leggermente feriti alle braccia e alle mani che avevano fasciate con filacci sudici.
I volti erano pallidi, le chiome scomposte.
Usavano le rimanenti energie per tenere un atteggiamento non marziale ma dignitoso.
Nella stanza regnava il silenzio ed era facile udire il ritmo dei loro giovani cuori.
Si erano battuti con valore ed entusiasmo.
Avevano visto cadere gli amici, i compagni, i fratelli, e non avevano avuto un momento per dedicare loro un pensiero di pietà.
La morte non faceva paura a quei ragazzi: la desideravano, forse volevano amarla, loro che non avevano conosciuto donna. Erano innocenti, innamorati dell’Italia che volevano per loro amante: protagonisti di un sogno, un bellissimo sogno.
E così parlò Luciano Manara, solo di qualche anno più anziano di loro: "Amici, fratelli, tutto è finito, distrutto. La Repubblica è al suo ultimo respiro ...", e fece una breve pausa senza staccare gli occhi da quelli dei suoi commilitoni, "... ma non per noi. Abbiamo combattuto e abbiamo visto cadere i nostri fratelli ma il nostro compito non è finito, non è esaurito il nostro dovere. Noi non possiamo sopravvivere alla Repubblica Romana. La Storia non lo capirebbe. Il nostro obbligo, il supremo servizio alla nostra giusta causa è quello di morire per essa. Solo così avrà senso e dignità quello che abbiamo fatto finora.
Solo così il mondo potrà comprenderci.
Solo così gli Italiani si sentiranno obbligati a seguire il nostro esempio".
Il volto del comandante ventiquattrenne, illuminato da una torcia agitata dal vento della notte, sembrava provenire dall’oltretomba.
La sua voce era atona, priva di emozioni, sicura, profonda.
E proseguì: "Noi siamo i soldati della libertà e voi siete liberi di scegliere il vostro destino. Nessuno potrà rimproverarvi. Io ho deciso di andare fino in fondo".
"Anche noi". Risposero all’unisono quegli angeli. Sui loro volti c’era già il pallore della morte.
Quei ragazzi erano tutti eroi nel termine sacro della parola. Felici di correre finalmente nelle braccia della Gloria erano stati esauditi: il destino li aveva premiati concedendo a ognuno di loro il privilegio della morte bella.

Il primo a cadere fu il diciottenne tenente Emilio Morosini. Alle due fu attaccato il bastione Merluzzo e nello scontro rimase ferito gravemente.
Mentre lo trasportavano a villa Spada, attaccato ancora dai Francesi, combatté fino a quando fu di nuovo mortalmente ferito.
I nemici lo portarono alla loro ambulanza dove morì dopo circa un’ora di agonia.
Quando il giovane spirò, l’ufficiale medico francese ordinò l’"attendez-vous" e, con le lacrime agli occhi, barellieri, infermieri e medici, resero l’estremo omaggio al eroe adolescente.
Villa Spada era completamente circondata dal nemico penetrato attraverso le brecce del recinto aureliano. Manara e i superstiti si prepararono a sostenere l’ultimo assalto.

E il nemico non si fece attendere.

Il cielo cominciava appena a schiarirsi quando iniziò l’attacco.
I bersaglieri risposero al fuoco, ma era talmente sproporzionato il loro numero con quello dell’avversario che uno a uno caddero feriti o uccisi.
Manara fu colpito al petto ma non morì subito: anche a lui erano riservate alcune ore di dolorosa agonia.
Alessandro sparò fino a quando si accorse di essere rimasto con una sola cartuccia.
Salì, allora, al secondo piano, si appostò dietro un mobile rovesciato e caricò il fucile puntandolo verso la porta della stanza.
Pochi minuti dopo udì dei passi.
Il locale era invaso dal fumo della polvere.
Gli occhi irritati facevano fatica a vedere.
Notò la sagoma di un uomo.
Puntò l’arma. Fece un profondo respiro e premette il grilletto.
Uno scoppio. Un lampo.
Il fantaccino cadde in avanti e lui sentì il freddo della baionetta trapassargli il petto.
"Mon Dieu", invocò il francese cadendo.
"Mio Dio", sospirò Alessandro accogliendolo tra le braccia.
Nell’ultimo istante di vita, Alessandro guardò verso la finestra. L’alba si rivelava nel tripudio dei raggi del sole nascente : era l’aurora della Patria.
E morì sorridendo.
Un anziano sergente francese vide i due giovani uniti nell’ estremo abbraccio. Nei loro volti non c’era odio ed esclamò: "Malediction! Nuos sommes arrivée a tuer des enfants !"(Maledizione ! Siamo venuti a uccidere dei bambini!)

Preceduti dal rullo dei tamburi, i bersaglieri lombardi e i cacciatori di Ferentino portarono le salme di Luciano Manara e di Alessandro Pettorini alla chiesa di San Lorenzo in Lucina.

Migliaia di Romani facevano ala al corteo che avanzava lentamente per le vie di Roma tra una pioggia di fiori.

La Repubblica Romana era stata assassinata ma inesorabile era spuntato il nuovo giorno partorito da un’aurora bagnata di sangue.


L’Italia era nata.


... Beatissimi voi,
ch’offriste il petto alle nemiche lance
per amor di costei ch’al sol vi diede ...
Come sì lieta, o figli,
l’ora estrema vi parve, onde ridenti
correste al passo lacrimoso e duro?
Parea ch’a danza e non a morte andasse
ciascun di voi, o a splendido convito ...
Prima divelte, in mar precipitando,
spente nell’ imo strideran le stelle,
che la memoria e il vostro
amor trascorra o scemi.
La vostra tomba è un’ara; e qua mostrando
verran le madri ai parvoli le belle
orme del vostro sangue.
Ecco io mi prostro,
o benedetti, al suolo,
e bacio questi sassi e queste zolle,
che fien lodate e chiare eternamente
dall’ uno all’altro polo. ...

(Giacomo Leopardi - All’Italia- Settembre 1818)