Frammento de "Le carte della badessa"

…” Un pomeriggio di maggio Ambrogio discorreva con i cipressi del giardino delle monache bone e senti il cuore fermarsi. Fu un attimo eterno durante il quale i suoi occhi videro solo buio; poi i battiti ricominciarono e la vista tornò come se qualcuno avesse girata la chiavetta dell’interruttore della corrente elettrica.
La settimana dopo andò a Napoli a trovare Ciro e approfittò per farsi visitare da un illustre cardiologo. Il professore gli disse che il suo cuore era molto affaticato e poteva fermarsi da un momento all’altro. Non disse nulla all’amico e dopo qualche giorno tornò a Ferentino.
Una sera, nella solitudine della sua casa Ambrogio parlò alla morte:
“O morte che sei entrata in me il giorno medesimo in cui fui concepito, io non ti ho amata e desiderata ma nemmeno odiata.
Tu rappresenti la sola, vera, grande giustizia.
Tu la sorella che fa gli uomini fratelli ed eguali.
Tu non concedi privilegi.
Tu non fai eccezioni.
Tu, incorruttibile, non ti lasci tentare dal denaro e dalle lusinghe degli uomini.
Tu sei di tutti e per tutti.
Tu hai le chiavi che schiudono agli uomini, reduci dal breve e spesso infelice intrattenimento nella vita umana, le porte dell’eternità.
Eppure molti ti temono perché ti ritengono la fine di tutto. Poveretti!
Tu sei la giustiziera dei superbi, degli arroganti, dei prepotenti, dei malvagi.
Tu livelli tutto. E il ricco e il povero e il potente e l’umile, che non sono stati uguali nella vita, diventano simili dinanzi alla ferrea legge di cui sei portatrice.
Tu, per il semplice e per il giusto giungi placida,sorella dolce, dispensatrice dell’eterno riposo per chi ha percorso cosciente gli aspri sentieri della vita.
Tu poni fine alle malattie che infiacchiscono il corpo degli uomini: quei corpi curati, spesso idolatrati, ammirati, desiderati.
Tu, oh morte, così tanto presente nella nostra vita, eppur tanto ignorata!
Tu perenne compagna silenziosa, io non ti temo perché ti ho visto spesso camminarmi accanto e non
ti ho mai maledetta“.