Frammento de "Una storia ferentinese"

….” Il sette gennaio del 1942 il preside Sudano, come sua abitudine, era intervenuto alla lezione di italiano nella classe del professor Pettorini e aveva parlato della poesia.
Gli alunni ascoltarono in silenzio le parole dell’illuminato docente:
"...Il poeta non è soltanto colui che dalla pietra informe, a duri colpi di scalpello, esprime la statua quasi parlante, nel suo ostinato mutismo, ma è soprattutto colui che dalla fluttuante massa delle coscienze del suo popolo, sappia ritrarre gli uomini vivi e pensanti, esperti del bene e del male, liberi da ogni pregiudizio, reverenti del giusto e del bello.
Ed è ancora, il poeta, colui che, da tutte le voci del mondo, sa ritrarre le parole eterne che valgono per tutti i tempi e per tutti i luoghi, colui che dalla storia esprime gli ammaestramenti universali, che dalle leggende scèvera quello che rappresenta pura invenzione da quello che testimonia un’ispirazione, un desiderio, un sogno fondato su tenue realtà, il possibile e l’impossibile, quello che un tempo non poté essere e che, forse, domani sarà.
La poesia è la sostanza dell’anima che si avvale dello strumento della parola.
La Parola, che, secondo il Vangelo, esisteva da sola, sin dall’ eterno principio e poi si tramutò in carne, quando i tempi furono maturi per la comparsa del Salvatore.
Ma si tramutò, pure, in tutte le sostanze create, perché la parola evoca, dal profondo dell’umana coscienza, tutte le idee congenite e fa del uomo il re della creazione, con la generosa possibilità di manifestare i più riposti pensieri.
La parola che biasima e loda, che sferza ed accarezza, che consente e dissente, che piange e ride, che ama e odia, che abbatte e suscita, che affanna e consola, che distrugge e crea, che umilia ed esalta.
La parola che esprime il trepido amore delle madri, che suggerisce sapienza ai discorsi dei padri, che imprime tenerezza sull’ affettuoso labbro dei figli, che rivela concordia nel cuore dei fratelli, che sorride piacevolmente sulle bocche protese degli amanti, che canta dalla gola canora delle vergini, che urla dal petto ansante dei guerrieri, che prega dagli affannati polmoni dei vecchi, che glorifica il mondo dai pugnaci gridi dei giovani, che comanda altera dal ghigno dei tiranni, che balza sprezzante dal petto degli uomini liberi.
La parola che evoca gli eventi lontani, che profetizza i secoli venturi, che critica le bruttezze presenti, che fonde in armonia le bellezze dello spirito con l’ineffabile bellezza del panorama, che riveste del succo dell’esperienza il grave pensiero o illumina di un sorriso scintillante l’amena, rilassante lepidezza.
Con la parola, il sacerdote riveste i suoi miti, il poeta forgia i suoi eroi e concatena i suoi ritmi arcani, il filosofo elabora le sue teorie, il tribuno promette la felicità sociale, lo scienziato manifesta i segreti della creazione, l’astronomo distingue le stelle lontane, l’uomo comune rende noti i suoi bisogni, le sue aspirazioni, i suoi sogni, i suoi terrori, le sue letizie, i suoi sconforti, le sue esaltazioni, i suoi dubbi.
E con la parola, con lui concreata, ma che aspettava il gesto di volontà per uscire dai nascondigli della sua coscienza, il poeta forgia la coppa votiva da offrire all’immagine sacra venerata nel suo tempio augusto. Con la parola che dà il simbolo esatto del suo cuore devoto, egli fermò, sin dal apparire del homo sapiens, l’auspicato patto per la sua navigazione umana.
Navigazione solitaria e inquieta, nella quale emerge la sua arte espressiva, il cumulo delle idee per riverire le foci dei fiumi sacri, adorare le cime tempestose dei monti giganteschi, salutare le uniformi pianure, valicare strade tortuose e riposarsi nell’uguaglianza dei nastri polverosi delle arterie regolari, parlando e ascoltando, pensando e cantando, per sé, soltanto per sé.
Ma, poi, esaminando la sua solitaria inquietudine, si trova che la parola, questa cosa tanto comune e tanto divina, si atteggia, si snoda, si incastona, vibra, s’abbassa, s’esalta, sorride, geme, si vela, si svela, si smorza, s’accende, brilla, canta, si plasma, si sgroviglia, si tende e si stende al soffio animatore, soltanto a condizione che possa arrivare a scuotere l’altrui intimità, soltanto a patto che susciti negli altri, ascoltatori attenti, consensi e dissensi.
E non vale soltanto esprimere l’intimo canto sottovoce, per blandire le proprie fibre riposte, come fanno i fanciulli che si appagano nei giochi solitari, ma bisogna che la parola scenda ad accarezzare tutti gli afflitti e sconsolati, perché dall’esperienza matura del poeta ritraggono conforto e speranza."…