Frammento de "L'oro dei Sermoneta"

…… “Dopo qualche ora radio manicomio trasmise ai suoi abitanti che, a causa di un formidabile attacco degli alleati sul fronte di Cassino, i tedeschi avevano riportato gravi perdite e il loro comando, non sapendo dove ricoverare i numerosi feriti, aveva requisito anche parte del manicomio di Ceccano.
Poco dopo, infatti, iniziarono a giungere autoambulanze e camion carichi di soldati feriti. Siccome il personale dell’ospedale non era sufficiente per scaricare gli automezzi del loro carico doloroso, furono chiamati a dare man forte anche alcuni pazzi non pericolosi tra i quali Isacco Sermoneta alias Luigi la Pencia.
Per tutta la mattinata l’israelita e altri quattro come lui aiutarono gli infermieri italiani e tedeschi a trasferire i feriti dalle ambulanze alla grande corsia allestita per loro, dove erano stati preparati un centinaio di letti.
I medici tedeschi organizzarono subito la sala operatoria in un locale attiguo; mentre in un angolo del corridoio vennero ammucchiati un gran numero di scatoloni pieni di medicinali e di bende.
A mezzogiorno i letti disponibili furono occupati e cessò l’afflusso dei feriti.
I medici e gli infermieri del manicomio furono mobilitati e posti a disposizione di un ufficiale medico tedesco.
Ai reparti dei degenti fu lasciato il personale strettamente indispensabile.
Quel giorno il pranzo fu distribuito alle quattordici.
Isacco, che si era abituato alla frugalità dei pasti della casa, sedette al suo posto nel tavolo al centro del corridoio sul quale si affacciavano le camerette dei ricoverati. Dopo aver spezzato il tozzo di pane nero, lo immerse nella brodaglia di verdure e prese a masticare lentamente facendo lunghe pause tra un boccone e un altro affinché il pasto durasse più a lungo.
Verso le quindici arrivò Mario, il capo degli assistenti, e distribuì ai degenti, che il mattino avevano aiutato a trasportare i feriti tedeschi, un pacchetto di sigarette ciascuno. Ancora per qualche giorno avrebbero dovuto seguitare a lavorare all’infermeria militare agli ordini del sergente Smit con turni di sei ore ciascuno. Il primo servizio sarebbe iniziato alle diciotto.
Alle diciassette e quarantacinque Isacco, infagottato nel camice bianco, si presentò al sergente Smit che aveva stabilito il suo posto di comando in una scrivania dinanzi alla vetrata dell’ingresso della camerata trasformata in ospedale.
Il sottufficiale era un austriaco alto circa un metro e sessanta centimetri. I suoi capelli erano grigi e tagliati cortissimi. Un paio d’occhiali tondi schermavano due occhi neri e mobilissimi; mentre un paio di baffetti a mosca rendevano il sottufficiale grottescamente somigliante al suo diabolico fuhrer.
Smit parlando un italiano abbastanza comprensibile disse a Isacco: " Pene, pene, tu essere Luigi ? " Isacco annuì muovendo il capo su e giù. Smit si alzò, aprì la porta della vetrata e chiamò un giovane infermiere tedesco che giunse di corsa e gli disse di dare all’italiano un secchio, uno straccio, uno spazzolone e del disinfettante; poi, rivolgendosi a Isacco, gli fece cenno di seguire il tedesco dicendogli: " Tu antare con kamerata, lui tire cosa fare, antare, antare".
Isacco andò e non disse a Smit che poteva parlare nella sua lingua che lui conosceva molto bene.
I letti erano stati sistemati ordinatamente nel ampio locale. Le luci erano tenute basse per non disturbare i ricoverati, quasi tutti feriti gravemente.
Appena entrato l’ebreo si soffermò un istante per abituarsi alla quasi oscurità.
Gunter, l’infermiere germanico, gli indicò il secchio, lo spazzolone e lo straccio che erano nell’ angolo, gli diede una scatola di disinfettante facendogli segno di vuotarla nell’acqua del recipiente e, battendogli amichevolmente la mano sulla spalla, gli disse: " Tu Luigi kominciare. Non fare rumore. Non tisturbare feriti, kapito ?"
Isacco gli rispose sottovoce ja e iniziò il suo lavoro.
L’ebreo passava sul pavimento lo straccio imbevuto nella soluzione disinfettante che emanava un odore acre. Lo faceva lentamente evitando di far rumore. Ai piedi dei letti erano stati sistemati gli zaini dei ricoverati perfettamente allineati come una formazione di soldati pronti a sfilare in parata.
Gli infermieri tedeschi si spostavano rapidi e silenziosi da un letto ad un altro distribuendo medicine, sistemando fasciature, facendo iniezioni.
Il silenzio era rotto ogni tanto da qualche lamento e da richiami sottovoce bitte, bitte.
Quando Isacco giunse alla fine della fila dei letti del lato sinistro, il soldato del penultimo giaciglio gli si rivolse col solito bitte.
L’israelita si avvicinò al ferito e vide il suo volto arrossato dalla febbre.
Il giovane aveva i capelli biondi, color del grano maturo. I suoi occhi azzurri brillavano riflettendo la fioca luce della lampadina.
Bitte ripeté il ragazzo che non aveva più di vent’anni.
Isacco si chinò su di lui avvicinandosi a quel volto bellissimo e il giovane gli disse nella sua lingua: "Kamerata, prendi dal mio zaino il portafogli".
Isacco si guardò intorno e notò che in quel momento non c’era nessuno. Aprì lo zaino del soldato, prese il portafogli di pelle marrone e glielo diede.
Il giovane tedesco tirò fuori le braccia dalle lenzuola, frugò nell’oggetto di cuoio ed estrasse una foto che diede ad Isacco dicendogli: " Kamerata, dietro c’è l’indirizzo della mia famiglia, se muoio, scrivi a mia madre, digli che me ne sono andato sereno con il suo ricordo nel cuore. Scrivile che non l’ho dimenticata." E dovette fermarsi perché non ce la faceva più a parlare.
Isacco prese la foto, se la mise in tasca e, accostando il viso all’orecchio del ragazzo moribondo, gli rispose in tedesco: " Mio giovane amico, stai tranquillo, guarirai e scriverai a tua madre con le tue stesse mani. Ora riposa, domani starai meglio e io ti restituirò la foto, buona notte".
L’ebreo dopo aver pulito il pavimento vicino all’ultimo letto si appoggiò con le spalle al muro ad osservare quella sala lunga dove cento giovani vite combattevano la loro battaglia con la morte.
Quei giovani febbricitanti, feriti e mutilati, eroi del ultimo Vahalla, avevano diritto a tutta la sua umana pietà.
Alcuni di loro erano ancora adolescenti. Il loro posto era dietro i banchi di scuola, nel laboratorio di un artigiano o nei campi delle verdi valli solcate dai grandi fiumi della Germania. Il loro posto era nelle immense foreste, nei sobborghi delle linde città, nelle sale cinematografiche o nei campi sportivi e, no, assolutamente no, nelle trincee di mezzo mondo a combattere una guerra disperata, destinata a essere perduta senza onore.
Quei ragazzi giovanissimi erano l’ultima raschiatura del barile che Hitler e la sua corte di criminali immolava con le insegne della panzerdivisionen Herman Goering sui monti di Cassino contro un’armata formata dalle più grandi e potenti nazioni del mondo.
"Ognuno ha il suo olocausto." Pensò l’israelita.
"I loro fratelli, i loro padri assassinano, deportano e seviziano i miei fratelli inermi; loro, i figli dei boia, si consumano in una lotta senza speranza.
Che follia la guerra !"
E riprese a passare lo straccio umido tra i letti dei soldati tedeschi morenti recitando sottovoce una preghiera in ebraico: " Altissimo, Onnipotente Iddio, nel luogo di dolore dove questi uomini giacciono, illumina il loro ultimo istante di vita. Conducili a Te non per i loro meriti ma per la Tua misericordia. Amen" .
Il sergente Smit si affacciò alla vetrata, guardò l’orologio e fece segno a Isacco di raggiungerlo, chiuse la porta senza far rumore e gli offrì una sigaretta dicendogli: " Riposati, amico pazzo, tu sei pravo ... crazie".
A mezzanotte un altro pazzo venne a sostituire Isacco che rientrò nella sua cameretta e poté vedere la fotografia che gli aveva dato il soldato tedesco.
La foto ritraeva una famiglia formata da una donna, un uomo adulto, una bambina di circa cinque anni e un giovinetto con la divisa della gioventù hitleriana. Nel retro c’era l’indirizzo e il nome della madre: “ Susanne Wolf 15 Ludvigstrasse Colonia”.
L’ebreo, stanco e frastornato per il repentino cambiamento delle abitudini, si addormentò subito; però nella sua mente vicino al volto del suo Alessandro si era stampato il viso del giovane soldato tedesco morente.
Alle dodici del giorno dopo Isacco ritornò in servizio e, entrando nella camerata, notò che il letto del militare che gli aveva data la foto era vuoto.
Pensò che l’avessero portato in medicheria ma il suo zaino era sul letto al quale erano state tolte le lenzuola.
L’ebreo domandò notizie all’infermiere e questi, con l’indifferenza della professione, gli rispose che era morto durante notte.
La sera stessa, nel silenzio della cameretta, Isacco Sermoneta prese carta e penna e scrisse a frau Susanne Wolf:

Gentile signora,
questa mia lettera le giungerà dopo che le autorità militari le avranno comunicato la morte di suo figlio Ernest.
Io sono un infermiere italiano dell’ ospedale dove suo figlio è stato ricoverato ferito e gli sono stato vicino negli ultimi istanti della sua vita.
Ernest se ne è andato senza soffrire, si è spento serenamente col suo nome sulle labbra.
Cosa posso dirle, signora, per alleviare il dolore per la morte del suo caro figliolo? Che il mondo è impazzito e che la guerra sta provocando lutti e ferite materiali e morali che gli anni futuri riusciranno difficilmente a cancellare?
Il comune male non può essere per lei un sollievo giacché la giovane esistenza di suo figlio, stroncata così crudelmente, è un dolore privato e individuale che si pone al di fuori della tragedia collettiva.
Ernest, sentendo avvicinarsi la sua fine, ieri mi ha chiamato, mi ha dato la foto che le allego e mi ha chiesto di scriverle per ricordarle tutto il suo amore.
Spero, signora Susanne, che questa lettera le giunga e, sono certo, che sarà per lei una grande consolazione perché e stata scritta per volontà di suo figlio che ha dedicato a lei le sue ultime parole dolci e delicate.
Come vede, signora, anche tra gli orrori della guerra, ogni tanto spunta un fiore che riafferma gli indistruttibili valori umani.
Cara signora Wolf, se le sarà dato di uscire indenne dal grande scempio di questa terribile sventura, il ricordo di un angelo biondo dalle pupille accese dalla febbre dell’agonia sia per lei sorgente di forza per proseguire l’umano cammino.
mi sappia,

Isacco Sermoneta


Isacco firmò la lettera col suo vero nome che rivelava l’origine ebraica per riaffermare con quell’atto l’umana solidarietà.

Il sergente Smith portò la lettera scritta da Isacco al furiere del terzo battaglione della divisione panzer Herman Goering. Il sergente Manfred Jold, senza aprirla, vi appose il timbro della censura e la fece partire subito con la posta militare diretta in Germania.